L'AMORE CHE DIVENTA GABBIA

SESSO E AMORE
L'amore che diventa gabbia


Perché sento un vuoto immenso dentro, quando avrei tutto per essere felice? Perché la solitudine mi fa così paura? Perché finisco sempre per farmi maltrattare nelle storie? Come mai ogni storia la vivo come “il grande amore”? Perché non riesco a staccarmi da quella persona nonostante mi faccia del male? Perché il giudizio che gli altri hanno di me è così importante?

Queste sono alcune delle domande che assillano i dipendenti affettivi.

E’ strano accostare la parola affetto, amore, alla parola dipendenza, di solito utilizzata per le sostanze stupefacenti. Ma anche l’amore, stimolando zone del cervello che producono gratificazione, può diventare una “droga d’abuso”.

L’affetto degli altri, è qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno. Ma siamo disposti a rinunciare a noi stessi per soddisfare questa esigenza? Il dipendente cerca l’amore a tutti i costi, lo idealizza, gli attribuisce una funzione salvifica. Il partner viene spesso rappresentato come il salvatore, con cui instaurare un rapporto simbiotico.

Il dipendente cerca nell’altro una scorciatoia al proprio benessere, egli non ha “riserve d’amore” per attraversare i momenti di difficoltà, rassicurarsi, consolarsi, quindi è totalmente dipendente da un’altra persona per svolgere queste funzioni.

L’amore, in questo modo, non è reciprocità autentica, arricchimento, ma nasce dal bisogno di colmare i propri vuoti e non sentire la solitudine. L’esigenza di prendere si  esprime  spesso attraverso un dare compulsivo, un atteggiamento eccessivamente disponibile, accomodante, generoso.

Diventa un “donatore d’amore a senso unico”, che  nell’ atto del donare  cerca di colmare indirettamente i propri vuoti. Non riconoscendo i propri bisogni autonomi li subordina a quelli del partner.

L’altro può approfittarne e mettersi nella posizione di chi esige, chiede, pretende sempre di più, senza ricambiare. In questo caso il dipendente corre il rischio di tollerare comportamenti sempre più intrusivi e ingiusti, persino tradimenti e violenze. Di frequente i dipendenti intrappolati in questi rapporti affermano di “non poter stare ne con ne senza” il partner, perché entrambe le esperienze producono sofferenza.

In altri casi  l’altro può sfuggire, cercando di proteggersi da un amore divorante fatto da mille richieste, attivando così paure di abbandono nel dipendente che tenderà ad aumentare le richieste di attenzione e i comportamenti di controllo (“mi sento abbandonato, trascurato, devo essere sempre io a cercarlo”).

Quando si altera l'equilibrio tra il dare e il ricevere, tra il proprio confine e lo spazio condiviso, l'amore può trasformarsi  in una gabbia senza prospettive di fuga, con pareti fatte di dolore. Possiamo quindi definire la dipendenza affettiva una forma patologica di amore caratterizzata da assenza cronica di reciprocità nella vita affettiva, in cui l'individuo, “donatore d'amore” a senso unico,  vede nel legame con un altra persona, spesso  problematica o sfuggente, l'unico scopo della propria esistenza e il riempimento dei propri vuoti affettivi.

La ricerca della sensazione fisiologica di piacere e di calma causata dalla vicinanza del partner ha lo scopo di placare la paura e garantire la sopravvivenza. L’altra persona  diventa la “sostanza” con cui si gestiscono le emozioni negative, le tristezze, le paure, i vuoti interiori e di cui non si può fare a meno.

In conclusione, i sintomi della dipendenza affettiva possono essere così riassunti:

- Paura dell’abbandono

- Incapacità di vivere senza un amore

- Paura della solitudine

- Tendenza a sottomettersi al partner o agli amici

- Tendenza a dedicare tutto il tempo ad una relazione e vita sociale limitata

- Rabbia e inferiorità verso il partner

- Senso di colpa e autocritica

- Paura di mostrarsi per quello che si è

- Gelosia e possessività

- Difficoltà a riconoscere i propri bisogni e tendenza a subordinarli ai bisogni 

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