La famiglia è un vero e proprio “organismo vivente” e come tale è possibile programmare un intervento di cambiamento adeguato, che agisca alle radici del problema che la famiglia porta in quel momento.

Il Counselor, dopo avere analizzato il problema, invita l'intera famiglia a prendere parte agli incontri durante i quali oltre alle attività specifiche effettuate valutando caso per caso, verranno date prescrizioni e si prenderà nota dei cambiamenti raggiunti.

Possono essere prescitti momenti di cooperazione, di condivisione, di divertimento e svaghi comuni, di allentamento...

 

Il termine counseling deriva dall’etimologia latina “consulo” nella sua accezione di avere cura di, venire in aiuto. In termini generali il counseling psicologico si può definire come un intervento basato sulla relazione d’aiuto che s’instaura tra un professionista e un cliente il quale si trova in una situazione conflittuale o di difficoltà oppure presenta problemi di varia natura collegati alla propria crescita personale. 
Applicato alla famiglia il counseling psicologico mira a comprendere e a far comprendere le dinamiche relazionali ed emozionali che possono costituire degli ostacoli al normale svolgimento della vita familiare. In quest’ambito la funzione principale del counseling psicologico è quella di “facilitare l’integrazione e l’ampliamento delle risorse interne alla famiglia durante i processi d’adattamento sollecitati dai compiti evolutivi che caratterizzano il ciclo di vita della famiglia”( Fruggeri 1997 cfr in Vincenzo Calvo 2007).

In psicologia per “risorsa” non s’intende tanto il possesso di un bene oggettivo (status, denaro ecc...) ma l’abilità della famiglia nell’utilizzare nel miglior modo possibile le risorse stesse. Molte famiglie, infatti, possono avere notevoli risorse in termini quantitativi e qualitativi, ma se non hanno la consapevolezza delle loro potenzialità e se non sentono di poter incidere in modo adeguato sugli eventi è possibile che sviluppino sentimenti d’inutilità che le renderanno incapaci di far fronte alle difficoltà. 
Le risorse di cui la famiglia dispone sono distinte in

  1. risorse personali
  2. risorse familiari
  3. risorse sociali.

Le risorse personali sono quelle possedute dai singoli membri della famiglia come lo stato di salute, l’istruzione, le caratteristiche di personalità ecc... Le risorse familiari riguardano in particolare lo stile di funzionamento, vale a dire il modo in cui la famiglia “gestisce e integra i bisogni di unità e stabilità con quelli di crescita trasformazione e autonomia” (Malagoli Togliatti 2002). Le risorse sociali, infine, sono quelle che emergono dal rapporto con l’ambiente sociale in cui la famiglia è inserita: le relazioni con gli amici, i parenti, i vicini altrochè scuole, servizi socio-sanitari contribuiscono significativamente al modo in cui la famiglia supera determinati momenti.

Il counseling psicologico alla famiglia si rivela utile in diverse situazioni problematiche in cui evidenzia un’insoddisfacente comunicabilità con conseguente conflittualità  tra i membri della famiglia; difficoltà nel rapporto di coppia, tra ruolo genitoriale e coniugale, conflitti intergenerazionali e con la rete più estesa. Il counseling si applica anche in situazioni in cui la famiglia desidera essenzialmente migliorare le proprie relazioni familiari favorendo il potenziamento delle risorse per una più soddisfacente evoluzione affettiva e relazionale dei suoi membri. Può essere utile inoltre nel caso di una genitorialità più complessa come nel caso dell’adozione o dell’affidamento o come intervento di sostegno emotivo ai genitori che affrontano situazioni particolarmente difficili quali l’ospedalizzazione di un membro della famiglia, le separazioni forzate o altre situazioni che possono in ogni modo generare l’insorgenza di stress a livello sia personale sia familiare (Calvo, 2007). 

Come detto in precedenza il counseling psicologico si rivela utile come sostegno alla famiglia durante le diverse fasi del ciclo di vita. Il “ciclo di vita” della famiglia è un modello teorico che permette di inquadrare lo sviluppo spazio-temporale della famiglia attraverso l’individuazione di determinate fasi che sono contrassegnate da particolari eventi significativi quali: la separazione dalla famiglia di origine e la formazione di una nuova coppia; la nascita dei figli; la loro progressiva crescita fino allo svincolo; l’invecchiamento e la separazione della coppia genitoriale per la morte di un coniuge (Andolfi, 2003). Durante queste fasi la famiglia si trova ad affrontare compiti evolutivi più complessi. La transizione alla genitorialità per esempio richiede alla coppia di affrontare un insieme di compiti quali la gestione degli spazi personali e di coppia e il rapporto con la famiglia d’origine, la ripartizione dei ruoli e dei compiti nella gestione del piccolo, le regole e le norme da dare al bambino ecc... che possono generare difficoltà nei genitori. Se non affrontati adeguatamente questi compiti possono generare tensioni e squilibri che mettono a dura prova le risorse a disposizione della famiglia e innescare momenti di crisi e d’impasse sia a livello del singolo individuo, sia della famiglia nel suo complesso, che può portare la famiglia a sfaldarsi o a perpetuare in una posizione di stallo.  In questo caso lo scopo di un intervento di counseling potrebbe essere quello di aiutare la famiglia a trovare soluzioni adeguate per superare il momento di difficoltà: la ricerca di nuovi equilibri e nuove organizzazioni sono possibili facilitando nella famiglia la comunicazione tra i suoi membri, aumentando la conoscenza e la consapevolezza sul proprio funzionamento e potenziando e valorizzando le risorse presenti.  

MODALITÀ D’INTERVENTO DEL COUNSELING PSICOLOGICO ALLA FAMIGLIA

Come per il counseling individuale anche per quello applicato alla famiglia lo strumento fondamentale su cui si basa l’intervento d’aiuto, è la relazione, intesa come fattore umano che, attraverso l’ascolto attivo e la comprensione empatica, facilita la comunicazione, la comprensione, l’autoconsapevolezza da parte del cliente. La differenza sostanziale rispetto al lavoro con il singolo cliente è che tale relazione è più complessa in quanto deve tener conto di più individui contemporaneamente. Allo psicologo che lavora con la famiglia, si chiede, infatti, di sapersi relazionare empaticamente con ognuno dei componenti della famiglia, di accettare ciascuno nella propria unicità nel rispetto delle singole esperienze. È ciò che è stato definito parzialità multi direzionale, vale a dire essere dalla parte di più di una persona nello stesso tempo. Più che una tecnica, la parzialità multidirezionale, è un modo di essere dello psicologo nella relazione il quale in questo modo facilita da parte dei singoli membri l’espressione delle proprie esperienze, dei propri sentimenti e punti di vista al fine di creare una comunicazione funzionale in cui le risorse e le possibilità di cambiamento possono emergere e concretizzarsi. Attraverso la “riformulazione” lo psicologo comunica la propria partecipazione e comprensione dell’esperienza d’ogni singolo membro della famiglia. Ridire con altre parole o in modo più chiaro e conciso ciò che l’altro ha appena detto comunica al cliente non solo che lo psicologo lo sta ascoltando ma che lo sta facendo con attenzione, interesse ed empatia.  Nello stesso tempo permette allo psicologo di verificare se comprende correttamente il senso di quello che il cliente ha detto fornendo un feedback funzionale all’evolvere della relazione. 

Carl Rogers, sostiene che la comprensione empatica è fondamentale per aiutare le persone ad avvicinarsi a se stesse a cambiare ed evolvere. La capacità di mettersi al posto dell’altro di vedere il mondo con i suoi occhi di sentire i suoi stati d’animo più intimi mantenendo al contempo una sufficiente separazione fra sé e l’altro sono il mezzo attraverso il quale lo psicologo crea il contesto relazionale su cui costruisce l’aiuto e il cambiamento. Nella parzialità multiderezionale, lo psicologo è empatico se riesce a sostenere ascoltare e “sentire” nello stesso modo ogni singolo membro della famiglia, quando evita l’errore di valutare e dare giudizi o essere di “parte”, quando dà la possibilità ad ognuno di esporre il proprio punto di vista senza sentirsi minacciato. Strettamente collegata alla comprensione empatica è l’accettazione positiva incondizionata che si basa sulla comprensione e sul senso di condivisione. Lo psicologo che evita di dare giudizi o valutazioni riuscendo a rimanere focalizzato sulla comprensione del mondo dei singoli membri della famiglia, oltre a rispondere alle esigenze di ognuno di essere ascoltato e compreso si pone come modello d’interazione, sollecitando il rispetto per l’esperienza di ciascuno e la possibilità di confronto. A tal fine è importante che lo psicologo abbia presente che non tutti i membri della famiglia possono essere motivati e disponibili nello stesso modo al percorso di counseling come anche non deve ascoltare soltanto chi inizialmente sembra più capace d’esprimere la propria opinione e risultare più responsabile. Lo psicologo familiare ha il compito di dare a tutti i membri della famiglia, la possibilità di parlare attuando un certo numero d’operazioni nel medesimo tempo: ascolta e “riflette” i sentimenti di un membro della famiglia e nello stesso tempo sta attento a non schierarsi con lui contro un altro membro della famiglia con il quale dovrà comportarsi nel medesimo modo.

Proprio perché lo psicologo familiare deve offrire ad ogni persona l’opportunità di esprimere le proprie emozioni e punti di vista, egli è più “attivo” che nel rapporto individuale: pone un maggior numero di domande, dà inizio a più interazioni, offre più suggerimenti. Soprattutto nelle fasi iniziali possono manifestarsi situazioni particolarmente difficili da contenere ed elaborare come attacchi reciproci tra i membri della famiglia, prevaricazioni, che se non gestite adeguatamente possono risultare distruttive o dannose sia per i singoli individui sia per la famiglia sia per l’andamento del percorso d’aiuto. Ciò non vuol dire che lo psicologo familiare deve avere l’assoluto controllo della situazione ma porsi come “ …testimone interessato a ciò che accade..”  (Charles J. O’Leary 1999) vale a dire essere decisamente ed emotivamente coinvolto nella situazione ma tale da “…non prendere in mano le redini del gioco…”(Breffni Barret cfr in Charles O’Leary 1999).  Risulta, quindi, importante che lo psicologo definisca sin dall’inizio in modo chiaro e comprensibile a tutti i membri presenti, le regole e i limiti presenti nell’interazione come anche sfatare ogni attesa sul suo ruolo rilevando il suo impegno nelle interazioni: “M’impegno per instaurare un rapporto con ciascuno perché sia chiaro che non sarò di parte, non sarò giudicante, cercherò di capire i diversi punti di vista e darò a tutti l’opportunità di parlare” (Charles J. O’Leary 1999).

Lo psicologo stimola la riflessione e il desiderio di conoscere piuttosto che dare certezze. Attraverso la ricontestualizzazione,lo psicologo offre alla famiglia e ai singoli individui l’opportunità di percepire e “vedere” gli eventi sotto una diversa luce. L’uso della ricontestualizzazione si basa sul presupposto secondo cui il significato che una famiglia o gruppo o individuo dà ad un evento o ad un modo d’essere contribuisce, di fatto, a creare l’evento stesso. Offrire alla famiglia una diversa prospettiva che cambia il significato di un evento o di un comportamento da distruttivo e nocivo a buono e diverso nelle sue intenzioni permette alla famiglia di riesaminare le motivazioni e le convinzioni su se stessi o sugli altri. Contribuisce inoltre a creare un clima di cooperazione e di cambiamento in cui i giudizi, le attribuzioni di colpe e di significati fanno spazio all’empatia, all’ascolto e alla comprensione di ciascuno.

Lo psicologo familiare benché ponga un maggior numero di domande, queste sono dirette più che alla ricerca d’informazioni, a facilitare la comprensione, la comunicazione tra i membri della famiglia. Formulate in modo corretto e al momento, giusto le domande possono dare ai singoli membri la possibilità di superare eventuali difficoltà che possono incontrare durante la seduta e di sentirsi abbastanza sicuri da poter riflettere liberamente sulla situazione senza sentire la necessità di difendersi. In particolare le domande tipiche nel counseling familiare sono:

  1. Domande sull’andamento dell’intervento di counseling psicologico: sono domande poste all’inizio e alla fine delle sedute che mirano a fare chiarezza sugli obiettivi, sulle motivazioni di ciascuno al fine di invitare alla partecipazione di tutti vale a dire a stabilire l’incontro tra persone.

Domande facilitanti: tese ad organizzare la discussione, focalizzano l’attenzione dei singoli sulla stessa questione, chiariscono e ricontestualizzano una questione al fine di evitare il giudizio di una persona su un’altra.

  1. Domande che hanno lo scopo di mediare: sono domande che invitano i membri della famiglia ad un ascolto attento focalizzato su sentimenti, opinioni e desideri autentici di ciascuno. In tal senso un conflitto è affrontato prestando attenzione piuttosto che alle accuse o minacce in se stesse alle intenzioni che si nascondono dietro la disputa.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

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